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Era una tranquilla mattina di domenica. Il ragazzo stava alla finestra osservando il suo gatto mentre sbrigava le sue solite faccende all’aperto. La creatura bianca e nera si arrampicò su un albero, scese subito dopo, cosparse i cespugli con grande solennità e poi iniziò ad avviarsi lentamente verso il vecchio pozzo.
Il ragazzo si sporse un po’ di più. Silvestro era balzato sul bordo di pietra.
Oh no. Non lì, pensò.
Il gatto girò due volte intorno al bordo, sbirciò dentro come se stesse ascoltando qualcosa udibile solo alle orecchie dei felini e poi, senza la minima esitazione, si lanciò giù.
Il ragazzo urlò.
«Silvestro!»
Uscì di corsa dalla casa, il cuore che gli martellava nel petto, raggiunse il pozzo e si sporse. Non vide nulla. Solo oscurità.
Non pensò.
Semplicemente saltò dietro al suo amato amico.

Il ragazzo cadeva già da diversi minuti, anche se gli sembravano un’eternità. Le pareti del pozzo si erano fuse in un’unica ombra e poi, all’improvviso, una luce pallida tremolò in fondo. Mentre precipitava verso di essa, vide nuvole scivolare lentamente su una striscia di cielo azzurro. Sbatté le palpebre. Ciò che era iniziato come una caduta verso il basso ora gli sembrava, senza dubbio, una caduta verso l’alto.
Man mano che la luce si allargava e l’aria diventava più calda, udì dei brontolii: qualcuno sembrava terribilmente a disagio. La caduta rallentò, rallentò ancora e infine si fermò del tutto, abbastanza vicino perché potesse allungare il braccio, afferrare il bordo e tirarsi fuori.
Un bagliore di colori impossibili tremolò ai margini del suo sguardo, ma prima che potesse osservare quel mondo straordinario, una voce scontenta sbottò:
«Finalmente! Ce ne hai messo di tempo. Voi umani arrivate così carichi di aspettative… e con troppe conclusioni già pronte!»
Il ragazzo si voltò di scatto, ma la radura era vuota. Solo allora notò che il pozzo alle sue spalle stava tremando leggermente, come se stesse riassestando le sue pietre dopo un lungo e scomodo stiramento.
«È possibile…?» sussurrò.
«Sì, “è possibile”» rispose il pozzo in tono beffardo. «Per una specie che si crede intelligente, ci mettete un’infinità a notare l’ovvio.»
Il ragazzo arrossì. Avrebbe voluto chiedere come un pozzo potesse parlare, ma intuì che si sarebbe meritato un’altra ramanzina.
«Potresti dirmi dove mi trovo?» domandò con cautela.
«Vedi? Lento» sospirò il pozzo. «Sei qui, naturalmente. Dove potresti essere altrimenti?»
Lui ringraziò, più per abitudine che per convinzione, e decise che fosse meglio non fare altre domande. Non aveva mai incontrato un pozzo parlante, e certamente non uno con un carattere del genere.
Si avviò per andarsene, poi si bloccò. Il motivo per cui era saltato nel pozzo gli tornò alla mente come un’onda improvvisa. Fece un passo indietro e raccolse il coraggio.
«Scusa… un gatto bianco e nero è arrivato qui prima di me?»
«Ah, i felini» disse il pozzo con inattesa tenerezza. «Scivolano sempre attraverso di me con una grazia incredibile. Sì, un gatto è arrivato. Ma non lo definirei bianco e nero. A me sembrava pieno di colori.»
Il ragazzo non capí che cosa intendesse e preferì non chiedere. Annuì soltanto, ringraziò ancora una volta e andò a cercare il suo forse-non-così-bianco-e-nero amico peloso.

Lo shock iniziale della caduta verso l’alto e dei pozzi parlanti stava svanendo, e il ragazzo finalmente osservò l’ambiente intorno a sé. L’intero mondo scintillava di una moltitudine di colori. Nulla sembrava completamente solido; tutto aveva una strana fluidità, come se la forma stessa fosse incerta.
Con i colori arrivarono anche profumi e suoni. L’aria odorava di una freschezza sorprendente, con leggere note floreali e il calore muschiato della terra umida. Quei profumi sembravano quasi tangibili, come se potesse raccoglierli tra le mani.
Poi udì dei sussurri, lievissimi, provenienti da sotto di lui. Guardò in basso e vide l’erba ondeggiare intorno ai suoi piedi. Si accovacciò.
«Oh sì, sì, cammina un po’ pesante. Ma non importa, non importa… noi torniamo sempre su» mormorarono i fili d’erba.
Rimase immobile. L’erba stava parlando. Di lui.
Un’ondata di colpa lo attraversò. Si raddrizzò subito, come se la postura potesse renderlo più leggero, e posò i passi con esagerata delicatezza.
Stava iniziando a capire che in quel mondo tutto aveva una propria vitalità. Affascinante, sì, ma anche un po’ spaventoso. Ogni passo, ogni parola, poteva offendere qualcuno.
Si avvicinò a un piccolo biancospino e parlò con grande cautela.
«Scusa… sto cercando il mio gatto bi—» si fermò. «Il mio gatto colorato. L’hai visto?»
La voce del biancospino era dolce, quasi materna.
«Ciao, piccolo. Sei nuovo qui, vero? Oh cielo… sembri proprio smarrito. Sei sicuro che stai cercando un gatto? Spero che tu trovi prima te stesso.»
Il ragazzo sbatté le palpebre, incerto se prenderla alla lettera.
«Un gatto è passato» continuò il biancospino. «Sì, sì. È andato da quella parte.»
Un ramo si allungò lentamente verso sinistra.
Il ragazzo, sopraffatto ma riconoscente, ringraziò l’albero e seguì il sentiero indicato.

Ben presto vide una piccola casa di legno, mezza nascosta sotto una fitta rete di rampicanti. Si avvicinò lentamente, senza sapere cosa lo aspettasse.
Sulla soglia sedeva un gatto.
Somigliava a Silvestro, eppure non del tutto. Il pozzo aveva avuto ragione. Non era più soltanto bianco e nero. Una tenue luminescenza iridescente scorreva sul suo pelo, catturando ogni colore dell’arcobaleno. I suoi occhi non assomigliavano a nulla appartenente al mondo terreno: più profondi, più antichi, silenziosamente potenti. Perfino la sua sagoma sembrava più grande, più presente, rispetto al gatto che il ragazzo conosceva.
«Silvestro!» esclamò il ragazzo.
Il gatto sollevò la testa, gli rivolse un breve sguardo e non mosse un passo.
Dal lato della casa apparve un’anziana donna, scrollando foglie dalle maniche.
«Lo hai chiamato Silvestro?» chiese, con un sorriso divertito nella voce.
«Sì, signora. È il mio gatto. Silvestro» rispose il ragazzo, sentendosi all’improvviso molto protettivo sotto quello sguardo curioso.
«Ah, tuo, dici?» replicò lei con leggerezza. «Ed è davvero questo il suo nome. Bene. Perché non chiedi a lui come si chiama?»
Il ragazzo aprì la bocca per parlare, ma fu il gatto a rispondere per primo.
«Non lo Pronunceresti Correttamente.»
Gli occhi del ragazzo si spalancarono. Gli sembrava di riconoscere il suo amico e allo stesso tempo di non averlo mai compreso davvero.
«Ma… potresti almeno provarci?» chiese.
«L’ho appena fatto» rispose il gatto, già annoiato.
«È questo il tuo nome? Non lo Pronunceresti Correttamente?»
«Se riesci a pronunciarlo correttamente, allora sì.»
Il ragazzo lo fissò, sbalordito. «Ma… l’ho appena detto.»
«Appunto» disse il gatto, girandosi e dichiarando così conclusa la conversazione.

L’anziana donna guardò il ragazzo con una dolcezza tale da fargli sciogliere le spalle.
«Perché non entri? Ti preparo una tazza di tè.»
La seguì dentro, ancora stordito dalla conversazione con Silvestro, o meglio con Non lo Pronunceresti Correttamente. La sua mente cercava di contenere entrambe le verità.
«I gatti sono creature straordinarie» disse la donna mentre accendeva il fuoco sotto il bollitore. «Non riescono proprio a smettere di essere particolari. Lui viene spesso a trovarmi, sai?»
Ah, ecco dove va quando sparisce per ore, pensò il ragazzo.
Il bollitore brontolò:
«Non voglio bollire di nuovo! Mi sono appena freddato!»
«Ssst» disse la donna con dolcezza. «Abbiamo un ospite.»
«Non può bere un bicchiere d’acqua?» borbottò, ma iniziò a scaldarsi, seppur controvoglia.
Lei posò due tazze di tè sul piccolo tavolo di legno. Quando si sedette, la sedia emise un lungo sospiro stanco, ma lei non ci fece caso. Il ragazzo non riusciva a smettere di stupirsi; per lei nulla sembrava fuori dall’ordinario.
Dopo un momento di esitazione chiese:
«Posso chiedere una cosa, signora? Silvestro è caduto nel pozzo e io poi sono caduto verso l’alto dietro di lui. Potrebbe dirmi dove mi trovo? E perché qui tutto parla?»
«Sei qui» rispose lei con semplicità.
«È ciò che ha detto anche il pozzo» sospirò il ragazzo. «So che sono qui, ma che cos’è questo posto?»
La donna scoppiò a ridere.
«Ah, quel vecchio pozzo brontolone! Ma stavolta aveva ragione. Questo luogo si chiama proprio QUI. E perché tutto parla? Perché non dovrebbe? Tutto ciò che è vivo deve esprimersi.»
Il ragazzo annuì, ma la confusione rimase.
«Nel mio mondo non è così. Gli oggetti non parlano. Solo le persone.»
«Ne sei sicuro?» chiese lei dolcemente.
La voce del pozzo riecheggiò nella sua mente: Voi umani arrivate con troppe conclusioni.
Lui fissò la sua tazza, il vapore che saliva in riccioli luccicanti.
Non era più tanto certo.
Forse non aveva mai ascoltato davvero.

Il ragazzo guardò le pareti di legno, la vecchia stufa, le erbe appese ad asciugare sopra di essa.
«Mi piace la tua casa» disse, e ebbe la sensazione che la stanza diventasse più accogliente.
La donna sorrise.
«Piace anche a me» rispose, e l’aria si scaldò appena. «Ma non la chiamerei mia casa. Viviamo insieme e ci prendiamo cura l’uno dell’altra. Io la aiuto quando diventa ingombra o stanca, e lei mi offre riparo. E sì, a volte litighiamo, ma ci vogliamo molto bene.»
La casa emise un lieve mormorio di conferma.
«A proposito di case» continuò lei, «si sta facendo tardi. Non voglio trattenerti oltre. Sicuramente hai una casa che tiene a te.»
Il ragazzo si alzò e si avviò verso la porta, poi si fermò, esitante.
«Non so come tornare a casa» ammise. «E se il pozzo non mi lasciasse entrare?»
«Oh, non preoccuparti del pozzo» disse lei mentre uscivano. Il gatto iridescente era ancora seduto sulla soglia. «Gli piace brontolare, ma in realtà ha buone intenzioni. Non lo Pronunceresti Correttamente ti accompagnerà. Il Signor Pozzo lo adora.»
Silvestro mosse un orecchio, accettando il complimento come se fosse ovvio.
Il ragazzo ringraziò per il tè e, prima di salutarla, chiese:
«Posso tornare qui? Il pozzo è l’unico modo?»
«Ci sono molti modi per arrivare qui» rispose la donna. «Gli esseri umani arrivano quando una parte di loro è pronta. Sono certa che ritroverai la strada.»

Non lo Pronunceresti Correttamente guidò il ragazzo verso il pozzo. Non parlarono molto lungo il cammino; Silvestro, a quanto pareva, non era particolarmente loquace.
Quando arrivarono, il gatto si strofinò contro il bordo di pietra. Il pozzo brillò più intensamente, poi vide il ragazzo.
«Oh no. Ancora tu» borbottò.
«Signor Pozzo» disse il ragazzo educatamente, «posso tornare a casa?»
«Voi umani» sospirò il pozzo. «Sempre così pieni di spigoli dove dovrebbero esserci curve—»
«È con me» lo interruppe il gatto.
Il pozzo tacque e lo osservò più attentamente.
«Curioso» disse infine. «Sembri davvero un po’ più leggero. Va bene. Ma fai in fretta.»
Il gatto saltò senza esitare. Il ragazzo esitò solo un momento, poi lo seguì prima che il pozzo cambiasse idea.
Caddero verso il basso, e poi verso l’alto, e riemersero nel familiare cortile.

Felice di essere tornato a casa, il ragazzo si voltò e lanciò un gioioso «grazie» al pozzo. Si aspettava un brontolio, ma quel pozzo restò lì, grigio e silenzioso.
Si girò per entrare in casa e allora vide Silvestro che camminava tranquillamente verso il lato della casa. Avrebbe giurato che la punta della sua coda scintillasse di colori prima di scomparire dietro l’angolo.
«Sono qui» mormorò il ragazzo a se stesso.
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