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La Solitudine indossa un lungo, semplice mantello bianco. Siede sempre nell’angolo più remoto della stanza, occupando così tanto spazio con la sua presenza vuota che a malapena riesci dischiuderti.
È una compagna esigente; non sopporta rivali e pretende tutta la tua attenzione. Il suo abbraccio è il più stretto e il più scomodo che tu possa immaginare. Urla di silenzio e sa di lacrime.
Ti riempie di una fame insopportabile e non ti invita mai a condividere un pasto. È una presenza che non hai scelto, eppure continui a credere che non riuscirai mai a lasciarla. Si stende accanto a te in un letto vuoto, tenendoti sveglia con i suoi sussurri freddi e senza suono.
Più a lungo resti con lei, più ti sottrae: i colori si spengono, i suoni svaniscono, le sensazioni si attenuano. Col tempo riesce persino a farti dimenticare che tu esisti.
Ma tu esisti.
Lascia che questa verità si muova per prima, come un lieve fremito nel petto, una piccola apertura. Il corpo non dimentica mai i suoi ritmi antichi. Sa respirare a fondo; sa espandersi. Il respiro si riprende il tuo spazio nel mondo proprio come il giorno in cui sei arrivato qui — quel primo, pieno respiro che annunciava: sono vivo, sono qui.
La signora dal mantello bianco avverte la tua presenza. Si piega verso di te, cercando di avvolgerti di nuovo nel suo abbraccio gelido, ma dentro di te qualcosa è già cambiato. Il respiro ritorna — calmo, paziente — e lei non può farlo suo.
Con il respiro arriva una nuova consapevolezza: il peso del tuo corpo, un lieve mormorio nell’aria, un’ammorbidita chiarezza ai bordi della stanza.
Il mondo ricomincia a comporsi lentamente, strato dopo strato. Un accenno di colore affiora su un oggetto vicino — timido, ma presente. Sotto i polpastrelli emerge una consistenza familiare e insieme nuova. La luce cade in modo diverso sulle pareti, rivelando forme che il suo mantello aveva a lungo offuscato.
Quando questi piccoli dettagli si raccolgono, riconosci la verità che lei sperava dimenticassi: il mondo è ancora qui. Attende. E ti riconosce come una sua parte essenziale.
Rimanere nel corpo può richiedere impegno, restargli fedele come a un’àncora. I sensi sono le porte del ritorno: non chiedono soltanto di guardare, ma di vedere; non solo di ascoltare, ma di udire.
Il corpo è il custode della presenza, e solo la presenza sa incontrare l’altra presenza.
Quando finalmente esci, il mondo ti accoglie con una vitalità tenue eppure salda, un luccichio di vita. Il sole ti avvolge con un calore che quasi avevi dimenticato — una quieta conferma che appartieni proprio qui. Alberi e cespugli ti salutano con il tremolio lieve delle foglie; gli uccelli cantano melodie che sembrano composte per te soltanto. La terra sotto i piedi appare sveglia, stabile, pronta a sostenerti, incoraggiando ogni passo.
Qualcuno ti passa accanto e si ferma per chiedere un’indicazione. I loro occhi incrociano i tuoi mentre ringraziano, e in quell’istante ti senti davvero visto.
Più tardi, un piccolo calore ti fiorisce nel petto quando la signora dietro il bancone sorride e ti augura una buona giornata mentre sistema la tua spesa.
Non ti senti più uno straniero.
Appartieni qui.
Ed è consolante sapere che, da qualche parte in questo vasto e splendido mondo, esiste una presenza destinata a incontrare la tua. Forse anche loro escono ogni giorno, lasciando che la terra li porti un po’ più vicino a te.
Anche adesso, prima ancora di conoscervi, puoi percepirli nella gentilezza del mondo che ti circonda.
A volte il mondo porta perfino una loro lettera d’amore.
Oggi gli uccelli mi hanno detto che mi ami,
Il sole mi ha tenuto nel tuo abbraccio caldo,
I lamponi avevano il sapore dei tuoi baci.
Il mondo sa amare così bene
Al posto tuo, quando tu non ci sei.
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